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Management Sanitario

I migranti della sanità

Non viaggiano né su barconi né con le navi delle O.G.M. Non sono vittime degli scafisti. Sono invisibili perché non salgono mai agli onori della cronaca e spesso sono anche in discrete condizioni economiche. Non cercano asilo ma soprattutto, e questa è la cosa che li distingue in maniera strutturale rispetto al popolo dei migranti diseredati, sono accolti a braccia aperte dai paesi o meglio dire, dalle regioni in cui approdano.
Dunque una strana categoria di migranti ma che ha in comune con i migranti del mare la prospettiva di andar in un posto migliore, dove poter usufruire di un trattamento migliore rispetto ai paesi o forse, meglio dire, dalle regioni da cui partono. In sintesi poter essere curati meglio.
Dietro il fenomeno della mobilità sanitaria c’è tutto un sistema in cui il confine tra l’economico e il sociale è a volte molto labile.
Per comprenderne la portata è utile chiarire alcuni aspetti che a volte sfuggono o non si conoscono. Tutto parte dal Sistema Sanitario Italiano che è, e rimane, uno dei migliori al mondo tant’è che permette al cittadino paziente di sceglier il posto in cui andarsi a curare in regime di assistenza diretta o convenzionata. Questo è il principio normativo che regola la libertà di cura a mezzo dell’Art 32 della Costituzione che in pratica sancisce “La libertà di scelta del Soggetto che Eroga Prestazioni Sanitarie in tutto il territorio nazionale a prescindere dalla Regione di Residenza”
Ma se il paziente di Napoli va a curarsi a Milano chi paga la prestazione? A seguito della riforma costituzionale del 2001 con la regionalizzazione della Sanità, il percorso economico potrebbe essere sintetizzato in questo modo. Lo Stato Centrale indica nella legge di bilancio, le risorse che vengono destinate alla sanità, il cosiddetto Fondo Sanitario Nazionale (FSN) e poi queste vengono ripartire tra le regioni in base ad un criterio essenzialmente ma non esclusivamente demografico. La regione con più abitanti riceve più soldi come è naturale che sia. Ad esempio se nel Lazio e in Campania vivono in ognuna il 10% della popolazione nazionale, verrà attribuita ad ognuna di questa regione il 10% delle risorse del Fondo Sanitario. In realtà il calcolo tiene conto anche dell’incidenza di anziani in ogni regione pertanto nella fattispecie alla Campania che, per inciso, è la regione più giovane d’Italia, vengono attribuite meno risorse del Lazio. Con i fondi a disposizione ogni regione paga tutte le spese necessarie per la gestione della Sanità dei cittadini che risiedono nella regione stessa. È utile sapere che ad ogni prestazione erogata corrisponde un costo indicato con l’acronimo DRG (Diagnosis Related Group).
Ora se un cittadino Campano va a curarsi in Lombardia in regime di convenzione, la prestazione sanitaria che riceverà nella regione Lombardia verrà valorizzata secondo il criterio del DRG, e sarà poi richiesto il rimborso alla regione Campania. Ovviamente cosa analoga si verifica se in Campania si curano pazienti provenienti da altre regioni. Ed infatti nel cosiddetto tavolo di compensazione le regioni presentano i conti di entrata e uscita. Mobilità attiva è quella che porta le risorse nella regione di arrivo dei pazienti, la Mobilità passiva è quella che pagano le regioni i cui cittadini vanno a curarsi altrove. Ogni regione se avrà avuto una mobilità attiva riceverà fondi supplementari rispetto a quelli assegnati, se avrà mobilità passiva vedrà depauperato il proprio fondo in relazione al debito maturato. A questo punto viene fuori un quadro economico e sociale su cui si dovrebbe riflettere. I migranti della sanità partono quasi tutti dal Sud e vanno verso il Nord.
L’ Agenas, L’agenzia Nazionale Sanità, ha pubblicato un’analisi chiara sul fenomeno, analizzandone l’entità economica e gli indicatori ad esso connessi. Nel 2020 la migrazione sanitaria si è ridotta sensibilmente come era logico comprendere, causa pandemia e i blocchi fisici ma anche mentali ai trasferimenti. Nel 2021 con un clima solo leggermente migliore è ripresa la crescita in maniera netta. Questo a livello macro.
Nel dettaglio si vede che i pazienti partono soprattutto da Campania, Calabria, Puglia e Sicilia e vanno a farsi curare in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto.
Vanno a curare patologie serie in centri a volte più attrezzati, a farsi operare in Ospedali o Centri di Diagnosi e Cura percepiti come migliori. Tutto ciò ha un costo sia in termini economici che sociali
La Campania nel 2021 ha speso 185 milioni di € per mobilità passiva (saldo tra entrate …poche e uscite…tante) Ancor peggio la Calabria considerando che ha una popolazione molto più ridotta ma che si depaupera di 160 milioni di € per pagare il conto della propria migrazione sanitaria. Poi Sicilia e Puglia. In pratica tutto il sud con la sola eccezione del piccolo Molise che grazie ad insediamenti nel suo territorio di centri ad alta specializzazione riesce ad avere un bilancio attivo.

Tutte queste risorse pagate dal sud finiscono essenzialmente in tre Regioni. La prima è l’Emilia Romagna che nel 2021 ha scalzato la Lombardia (293 milioni di € Emilia e 274 mil di € Lombardia) cui segue il Veneto con un attivo di oltre 100 milioni di € Non è difficile prevedere che nel 2022, con una situazione generale di graduale ritorno ad una normalità sanitaria i numeri possano raddoppiare e tornare ai pre pandemici. Raddoppiare nelle uscite e nelle entrate

Fonte Agenas

Ora diventa probabilmente più semplice comprendere come la mobilità passiva sottragga risorse preziose alle regioni e corre il rischio di far aumentare ulteriormente il divario. Infatti se Emilia e Lombardia ricevono un cospicuo extra finanziamento dalle altre regioni è molto verosimile che in quelle regioni si possano assumere più medici, più infermieri si possano acquistare apparecchiature più di avanguardia, sfruttare con risorse aggiuntive i finanziamenti digitali nel PNRR. Il Sud finanzia il Nord. BENVENUTI AL NORD
Eppure il paziente di Napoli o di Palermo o di Reggio Calabria andrà a Milano, Bologna o Verona per essere operato da medici Calabresi Siciliani, Campani. Al Sud non mancano assolutamente le professionalità. Manca la cultura dell’accoglienza, manca l’organizzazione dei servizi, che impedisce la percezione o la convinzione che ci si possa curare bene anche al Sud. La continua gestione dell’emergenza è la madre di tanti problemi.
Non c’è personale e allora la soluzione diventa quella di chiudere un reparto, un pronto soccorso, un servizio, a volte un ospedale per farne funzionare un altro. Quella chiusura non sarà a costo zero. Aumenterà il disagio dei pazienti, dei familiari ma anche dei medici che in quegli ospedali sono costretti a lavorare. E allora chi può, decide di diventare un migrante. Un migrante che in questo viaggio della speranza o della cura sanitaria sarà accompagnato da altri migranti, familiari o caregivers che andranno a sistemarsi in alberghi e strutture ricettive ormai perfettamente organizzate nelle pratiche di accoglienza. Il fenomeno sanitario diventa fenomeno economico. C’è ormai una economia che gira intorno alla migrazione sanitaria. Questa volta una economia lecita, che non fa notizia ma che produce effetti dirompenti. Un esempio: Le città del sud sono endemicamente agli ultimi posti nelle classifiche della qualità della vita. L’ultimo report del Sole 24 h vede la Bari prima città del mezzogiorno al 65 posto. Le città Campane tutte oltre l’80° posizione, le Calabresi tutte oltre il 90 posto. E tra i parametri considerati c’è anche la salute. “Conseguenza drammatica è la fotografia del Rapporto Istat “Misure del Benessere equo e sostenibile dei territori”: il Sud ha circa 1,7 anni di speranza di vita in meno rispetto al Nord.